26 SETTEMBRE

Sala Fassbinder
ore 20.30

DANCE-CARD

Affollate Solitudini

Matteo Gavazzi De Vita + Stefania Ballone SoulEtude 

L’emergenza di questi due anni ha drasticamente modificato lo spazio in cui viviamo e la sua percezione, ciascuno dei partecipanti a questa sezione di assoli ne ha vissuto i limiti in maniera diversa, ma è lo sguardo che cade dentro sé ad accomunare forse molti dei performer partecipanti.

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ph Andrea Piermattei

MATTEO GAVAZZI

Si forma presso il centro Arte Danza di Pistoia e segue il corso di perfezionamento professionale del Centro Regionale della Danza-Aterballetto, dove si avvicina anche alla coreografia. Nel 2004 entra a far parte di D.A.N.C.E. Europe. Nel 2015 realizza A Cheeky Mirror, musiche di Thomas Newman, su invito del direttore Frédéric Olivieri. Nell 2017 il Teatro alla Scala gli commissiona una nuova creazione, La Valse, realizzata in collaborazione con i colleghi Stefania Ballone e Marco Messina. Nell’ edizione 2018 di MILANoLTRE, presenta in prima nazionale il trittico DELIRIUM+ALCHIMIA+SOLO, in veste di coreografo contemporaneo. L’anno successivo viene invitato a replicare lo stesso spettacolo per il Festival Irina Theodorini dal teatro Opera Romana Craiova. Recentemente, partecipa come ballerino e coreografo nel Dittico Weill per il Teatro alla Scala. Attualmente è un membro stabile del corpo di Ballo alla Scala.

De Vita

prima nazionale

ideazione, coreografia e interpretazione Matteo Gavazzi

musica After war di Steve Reich dall’album Different Trains

effetti sonori e computer music Emiliano Tanzi

light designer Valerio Tiberi

voce narrante Lorenzo Andrea Paolo Balducci

riferimento letterario “Che cos’è l’essenza necessaria o sostanza della vita’ di Francesco Lamendola pubblicato dal sito di Arianna Editrice 29/07/2009″

durata 15 minuti

Il terzo movimento da Different Trains di Steve Reich accompagna Matteo Gavazzi nel suo De Vita. Musica ispirata dai viaggi in treno coast to coast fatti da Reich durante l’infanzia, il pensiero alle tradotte verso i campi di concentramento su cui furono ‎stipati tanti ebrei d’Europa, durante la seconda guerra mondiale. Uno speciale tappetto traduce in musica i movimenti del performer, qui corpo danzante ma anche strumento musicale alla ricerca della totale armonia.

In un contesto da bollettino di guerra in cui quotidianamente si notifica il numero dei morti causati dalla pandemia, quasi ci si abitua a considerare quelle vittime soltanto come cifre statistiche. Un messaggio mediatico incombe pesantemente modificando la nostra percezione e facendoci quasi perdere di vista lo scopo e l’essenza della vita.
Il professore Francesco Lamendola, nel suo trattato di filosofia Che cos’è l’essenza necessaria o sostanza della vita, scrive: la vita è la forza stessa dell’amore che pervade ogni cosa e che contrasta la morte, irradiando ovunque la luce dell’Essere e nell’amore essa trova il suo perché, il suo scopo, la sua ragione ultima.
L’articolo del professore mi ha portato a riflettere sul fatto che negli ultimi tempi il concetto dell’essenza della vita è a dir poco sottovalutato e mi piacerebbe esporre un pensiero opposto a quello che stiamo vivendo costantemente. Matteo Gavazzi

 

STEFANIA BALLONE

Si diploma al Teatro alla Scala e dal 2000 danza in tutte le produzioni anche in ruoli solistici.
Nel 2007 partecipa alla Biennale Danza di Venezia come danzatrice e assistente coreografa di Francesco Ventriglia. Presso l’Università degli Studi di Milano si laurea in Lettere Moderne nel 2011 e in Scienze dello Spettacolo nel 2014. Nel 2017 crea La Valse per il corpo di ballo del Teatro alla Scala. Nel 2020 crea I Giardini D’Autunno per la Biblioteca degli Alberi di Milano ed è co-direttrice artistica di Human Signs progetto di Yuval Avital che coinvolge artisti da cinquanta paesi diversi.

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SoulEtude

prima nazionale

ideazione, coreografia Stefania Ballone

interpreti Stefania Ballone, Benedetta Montefiore

costumi Stephan Janson

light designer Valerio Tiberi

musica Cesare Picco, Taketo Gohara

durata 30 minuti

SoulEtude nasce dall’esigenza di raccontare la solitudine che ci ha travolti con l’emergenza sanitaria della pandemia del 2020. La chiusura e il confinamento hanno interrotto e sospeso il tempo quotidiano aprendo orizzonti e spazi interiori da ripercorrere e sui cui riflettere. La dimensione interiore e intima per me è quella zona intima in cui si accumulano echi di vissuto risonanze di sensazioni che si fanno presenze. Ho sin da subito sentito l’esigenza di lavorare con un’altra danzatrice (anche lei del Teatro alla Scala) Benedetta Montefiore e creare un percorso narrativo poetico in doppio. La sua energia si è connessa in maniera estremamente naturale con la mia e questo ha fatto si che la sua presenza diventasse fondamentale nel contesto dell’accumulazione dell’interiorità: il dualismo imprescindibile delle nostre esistenze. Il racconto si sviluppa in quattro tappe: la scissione conflittuale, l’eco delle memorie, la risonanza del vissuto e delle emozioni e il ritorno ad un’unica frequenza, la sintonia.
Il percorso viene rappresentato fondamentalmente dal lavoro dei due corpi che dall’unisono si staccano nel caos della vulnerabilità, viaggiano in parallelo sulle memorie e i ricordi e a poco a poco le dinamiche si riavvicinano fino a ricompattarsi. La costruzione coreografica nasce da un laboratorio personale di entrambe su alcune tappe e sensazioni del vissuto che sono state liberate spontaneamente e successivamente strutturate all’interno di un discorso astratto e evocativo. La composizione nasce nel silenzio, nel tentativo di incorporare attraverso il gesto il racconto interiore. I musicisti Taketo Gohara e Cesare Picco, con cui ho la fortuna di condividere questo viaggio creativo hanno seguito il percorso, venendo alle prove e discutendo insieme anche con Valerio Tiberi che disegna le luci dello spettacolo. La drammaturgia nasce così da un lavoro di squadra fatto di visioni individuali di artisti di diversa estrazione. Nasce prima la danza di SoulEtude e successivamente la musica che viene creata sulla base dei video delle prove e del lavoro sul senso. Un lavoro che a più livelli si raffina e si perfeziona fino all’ultimo in un processo di continua evoluzione. I costumi di Stephan Janson con cui lavoro da qualche anno sono l’ulteriore tassello dell’opera in cui l’esigenza drammaturgica si interseca alla valorizzazione della fisicità e del lavoro dei corpi nello spazio.